Sarò io

Da pietra e terra dura
fa capolino
una pelle vuota
la muta di serpente

La curiosità
che scivolando
mi conduce
chiede chi sarò

Sarò persona
donna uomo
senza più dolore
sarò io

Schiele-Lovers-Self-Portrait-with-Wally-1

Dipinto di E. Schiele

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Santa Lucia

 
Prima dei dieci anni, quando mi hanno portata, scelta felice, a vivere a Rimini, abitavo nel luogo in cui sono nata e là si aspettava Santa Lucia anziché Babbo Natale. La sera di questa sera era piena di aspettativa, si preparava in giardino un pasto rapido e leggero per lei e per l’asinello, in genere clementine e un po’ di fieno. Dovevano pur ristorarsi per continuare il loro giro e io non volevo mancare alla loro, sia pur parca, cena. L’adoratissimo nonno Luigi, come ogni sera d’altra parte, mi caricava sulle spalle e mi portava a letto, ma il patto era che i miei occhi non si dovessero, in nessun caso aprire, pena il carbone ( a mattonelle, in polvere ? Chi lo sa, ma allora certo non me lo chiedevo ). E allora io tenevo gli occhi stretti stretti e aspettavo spasmodicamente la mattina, presto, che la mattina fosse presto, per trovare i regali che S. Lucia, condotta dal suo asinello, mi avrebbe lasciato. E li trovavo sempre. Erano giochi sì, ma tanti libri che divoravo. Una mattina il nonno mi fece piangere nel voler creare troppa aspettativa. Certo non era ciò che desiderava, ma farmi visitare ogni stanza della grande casa senza trovare alcunché fino all’ultima, mi disperò. Ricordo anche una sera in cui zia Teresa mi fece spaventare tanto nascondendosi dietro una finestra suonando un campanellino che doveva segnalare la presenza di S. Lucia e il risultato furono lacrime accorate. Questa notte terrò gli occhi stretti stretti e  domani, in braccio al nonno, sarà un mattino lieto.
santa-lucia
Immagine web

Tristezza senza punti fermi

Tempo fa ho scritto della noia e la noia mi abbraccia sempre a volte mi infastidisce più spesso mi è accanto come solo una compagna sa fare invece stasera sono triste per una vita che fin qui da vent’anni è stata lieve non un pensiero che nuvolasse il cielo niente che mi occupasse seriamente la mente e dire che non mi piacciono la rime ma chi se ne importa adesso il mio senso va al tempo il tema ricorrente in ogni piega di me il tempo che porto sulle spalle visto su due sedioline in una luce fioca con i miei vecchi poggiati lì come bambole sole con la pelle trasparente come solo le bambole hanno insieme con i movimenti disarticolati e non pensavo meritassero tanto il tempo che tossisce nei polmoni di chi è con me il tempo su me il tempo esalta e piange la tristezza un grumo di sangue che passa nelle vene insidioso arriva nelle arterie fino a quel muscolo che per sua causa si ritrae più piccolo cerca di combattere farsi strada non spesso ce la fa e non si soppraffà il muschio abbarbica i licheni del pensiero mi abita un urlo afono che cerca un’ anima sono triste per gli amori passati per l’amore che è che non somiglia all’amore che ricordo ma pur sempre amore sono triste di una tristezza insita triste di un’allegria che a volte eccede che poi che cosa è eccesso sono triste per lontananze per me donna per le donne per gli uomini uomini come no mica tutti ma tanti tristezza cupa diffusa che finisce sotto l’acqua insieme con la nostra umanità che pare svanita tristezza che guarda e occhi fissi che non riescono a piangere una lacrima in cui specchiarmi notte scura per schiarire gli incubi sono triste del mondo come Atlante fatemelo scivolare dalle spalle
Dipinto di Aja Kusick

Io non ce l’ho, 9 ottobre 2011

Di tutti i travagli interiori possibili e che vivo in ogni loro sfumatura, ce n’è uno che non conosco. Il senso di colpa che è diverso dal non avere il senso del peccato.   ma di quelli che non mi appartengono, se non da un punto di vista sociale perchè  la collettività, le regole del vivere civile, il non accanirsi ed insistere sui deboli, il non trasgredire la norma, sono dettami che mi stanno a cuore. Per tutto il resto non provo senso di colpa, non mi appartiene, anche se inconsapevolmente deve avermi fatto compagnia in molti momenti della vita. Non provo senso di colpa per le mie azioni personali o forse ne risento per un attimo scandito e breve che poi svanisce come una folata di vento leggero. Provare rimorso è fisiologico o dovrebbe esserlo, caratterizza la vita di ognuno, soprattutto quando si agisce in maniera “vietata”secondo regole morali collettive e dettami religiosi. Questo razionalmente lo capisco perchè ad un atto proibito corrisponde di solito una punizione, come da bambini quando si combina una marachella. Si rappresenta come una conquista la capacità di mettersi nei panni altrui, nel loro disagio e il conseguente pentimento. Ma lo è veramente?  Essere emotivamente partecipi del disagio di chi ci circonda è giusto, è corretto, ma ci aiuta o piuttosto ci frena? Penso che sentirsi colpevoli quando si è adulti sia molto da imputare all’educazione, più o meno equilibrata, ricevuta da bambini e ad un sano rapporto tra il senso di colpa e l’amore per se stessi. Quando il provare rimorso ha la meglio, oltre a risentirne durante l’infanzia  nel confronto con gli altri,  ne porteremo le conseguenze anche quando la nostra crescita sarà terminata, quando saremo maturi, sempre che questo accada. Insomma,il malessere potrebbe nascere dalla non coincidenza tra un’immagine perfetta di sè, desiderabile , ideale agli occhi attenti e penetranti della società e la percezione reale, meno impeccabile del proprio io. Non dimentichiamo il peso, il valore imprescindibile che soprattutto in Italia ha la presenza della Chiesa e dei suoi insegnamenti. Questa è una minima valutazione sociologica. Per quanto riguarda me, perchè non riesco a vivere il senso di colpa a livello personale? Mi interrogo mentre scrivo…le motivazioni possibili potrebbero essere una sana autostima guadagnata a duro prezzo dopo una vita complicata e piena di lividi di quelli che restano e che definire difficile sarebbe eufemistico, una ben soppesata valutazione delle azioni che andrò a compiere e l’assunzione di responsabilità, il non credere ciecamente ai dogmi rimanendo strettamente ancorata alla ragione e proprio per questo mai sentirmi in “peccato”, al contrario vivendo tutto, dopo un’accurata riflessione, come decisamente innocente, il non ritrarmi impaurita dai giudizi, la noncuranza dell’approvazione altrui. Mi contorco a furia di pensare “prima”, ma “dopo” non vivo il senso di colpa, non percepisco ” la vergogna ” come tale, non mi pento e non torno sui miei passi. Essere adulti e  tuttavia rimanere pieni di candore e meraviglia come gli occhi dei bambini al circo, è una conquista difficile e faticosa, ma per cui vale la pena sfidarsi. Forse nutro un eccesso di benevolenza verso me stessa, ma mi sembra dolce, gentile, morbido, vivere serenamente quello che via via mi appare elementare e profondo, ordinario e sottile, autunnale e fresco, piccolo e grandioso, peccaminoso e puro. Non provo senso di colpa e, almeno su questo, mi sento in pace. Io non ce l’ho.

La magnifica età

 
Un giorno che non sai
diventi trasparente
nessuno ti guarda
nessuno ti vede

 

Gli anni passano
resta solo l’ombra
della persona
che sei stata

 

Del non essere visibile
rimane il piacere
di scrutare indiscreti
quelli per cui non esisti

 

E ti fai domande
su chi non osservavi più
facendo le stesse domande

 

Scorriamo come
acque reflue
la magnifica età

Asagi Natsume1

Dipinto di Asagi Natsume